Breve trattato sull'arte siciliana di preferire le favole ai documenti

Si dice che il popolo che non legge sia condannato a credere. Pare che in questi giorni, tra le nebbie che avvolgono l'ombelico di Sicilia, qualcuno abbia deciso di elevare questa massima a programma di governo, calcistico e non solo.

Sulle favole e sui documenti

Premetto, a beneficio di chi preferisce il racconto orale alla fatica della carta bollata, che il sottoscritto non è mai fallito, non ha mai posto società in liquidazione e non ha mai lasciato voragini nei bilanci altrui. Non lo affermo per vanità: lo dicono gli atti, che hanno il difetto di esistere e la virtù di non cambiare opinione a seconda della chat in cui vengono evocati.

Quanto all'Aurora Pro Patria, che taluni citano con la disinvoltura di chi commenta una partita senza averla vista, ho acquistato la società, l'ho iscritta al campionato nella legittima speranza di un ripescaggio, e il giorno successivo le cronache hanno raccontato il resto. In quella vicenda sono parte lesa. Gli atti si trovano presso la Procura della Repubblica di Busto Arsizio, cui si aggiungono esposti alla Procura Federale e all'Arbitro Bancario Finanziario.

Per le vicende di Atletico Catania e Siracusa vale il medesimo copione: un procedimento che si trascina dal 2018, dodici imputati, capi d'accusa di non lieve entità, e il sottoscritto ancora una volta nel ruolo, ormai quasi abituale, di parte offesa. A Siracusa, poi, ho avuto l'ardire di vincere un bando. Colpa imperdonabile, che mi è valsa l'immediata ostilità di chi quel bando non lo aveva vinto.

A chi volesse ancora dubitare, metto a disposizione curriculum e certificato del casellario giudiziale. Non per sfida, ma per igiene del dibattito. Mi limito a osservare, con garbo, che la trasparenza è un esercizio che richiede reciprocità.

Di Niscemi, di Enna, e della geometria variabile della coerenza

Volgendo lo sguardo oltre il rettangolo di gioco, la Sicilia offre in questi mesi due lezioni di filosofia politica, diverse come il giorno e la notte, o come il vino e il gin.

A Niscemi si è scelta la via della linearità: un asse politico riconoscibile, un simbolo attribuito senza imbarazzi, un'identità dichiarata. Si può condividerla o meno, ma ha il pregio antico della coerenza, virtù che Aristotele collocava tra le fondamenta della vita civile.

A Enna, invece, si è assistito a un esperimento di alchimia che avrebbe incuriosito Paracelso. Accade che i vertici nazionali di un noto partito della sinistra non ritengano opportuno concedere il proprio simbolo al protagonista designato, e che al suo posto si componga un mosaico di reduci di stagioni azzurre ormai lontane, uomini che hanno trovato altrove i loro habitat naturali e che, proprio per questo, possiedono la rara dote di inventarsi e reinventarsi con invidiabile flessibilità. Il tutto alla corte di un barone che un tempo vestiva di rosso e che oggi, per una sorta di illuminazione cromatica, ha scoperto il fascino dell'azzurro, sempre, s'intende, in nome della libertà del suo popolo.

Quel popolo, generosissimo nella pazienza, attende da tempo lo sviluppo promesso, puntualmente rinviato a un domani che somiglia al sabato del villaggio leopardiano: sempre annunciato, mai celebrato. E c'è chi, un tempo, si opponeva a tutto con fervore giacobino e oggi siede serenamente accanto a ciò che combatteva. Machiavelli ne sarebbe orgoglioso; Robespierre, forse, un po' meno.

Del modulo 6-6-6 e del cosiddetto Travagintonic

Sedici più otto fa ventiquattro. In aritmetica è un totale; in certe aule è un teorema. Una maggioranza larga come un campo, un'opposizione stretta come una porta, e un pubblico che ancora si domanda chi abbia scritto il regolamento.

Il modulo 6-6-6 non si studia a Coverciano: sei che decidono, sei che eseguono, sei che applaudono. Qualcuno ha cambiato maglia, qualcun altro solo tasca, e i più hanno semplicemente cambiato idea, che resta pur sempre il più economico dei trasferimenti. E quando il pane tarda, c'è sempre il pallone: si sa, il calcio è il rifugio preferito di chi non ha un campo proprio da coltivare.

In alcune chat mi chiamano "Travagintonic". Accolgo con il sorriso: il gin mi piace, con moderazione. Ma preferisco i vostri vini, che non si inventano a ogni stagione e portano in etichetta la loro provenienza. Sarebbe bello che valesse per tutti.

Sull'Enna Calcio e sulla solitudine del presidente

In venti giorni sono appena riuscito a ottenere i documenti della società e, con essi, una montagna di problemi che non ho creato. Non ho contratto debiti; ne ho già pagati. Ho preso visione dei fuori bilancio. E ho ricevuto un'accoglienza che, per usare un eufemismo, non sembrava frutto del caso.

Sono sceso in campo a Enna sulla base di accordi precisi, stretti con chi determinava le condizioni per la riuscita del progetto, alla presenza di testimoni. Senza quelle rassicurazioni non avrei mai fatto un passo. Appartengo a una scuola antica, per la quale una stretta di mano vale quanto un contratto. Non comprendo dunque l'improvvisa inversione a U che mi lascia solo contro tutto e contro tutti.

Mi interrogo, con sincera curiosità antropologica, se esista un metodo siciliano. Forse quello del signore dalle belle braghe bianche, o forse quello riassunto dal vecchio adagio: tu sei il presidente, tu metti i soldi, e noi raccogliamo i frutti. Al presidente oneri e fatiche, agli altri onori e vantaggi. Oppure, come mi ha detto con disarmante sincerità un tifoso, «nessuno ti ha puntato una pistola alla testa». È vero. Ma nemmeno mi si era detto che avrei dovuto giocare da solo.

Un invito, non una provocazione

A chi, velatamente, mi suggerisce di cedere l'Enna Calcio, rispondo con la massima apertura: si facciano avanti persone serie, con una manifestazione d'interesse concreta. Potevano farlo prima di me, possono farlo ancora oggi. Lo possono fare anche i tifosi che chiedono le mie dimissioni: si riuniscano, raccolgano le risorse e salvino loro la società. Si troveranno così a gestire lo stadio, il campo di allenamento, vitto e alloggio dei calciatori, le utenze, le vertenze dei giocatori non pagati nella scorsa stagione, le trasferte, un debito IVA di circa 250.000 euro, numerosi fornitori, e perfino il curioso caso di un professionista che, creditore da tre anni, ha atteso con pazienza certosina il mio arrivo per procedere al pignoramento. Tempismo che definirei epico.

A tutto ciò si aggiungono le mille incognite quotidiane di una gestione in cui le decisioni vanno prese subito, e spesso da soli.

Conclusione

Criticare è facile; governare la quotidianità è un'altra faccenda. Sarebbe stato più saggio restare uniti per il bene dell'Enna Calcio, quei colori che tutti dichiarano di amare e che proprio per questo meriterebbero meno rumore e più lavoro.

Il calcio è fatto di uomini di sport, di passione, di sani principi e di lealtà. Io mi ritengo intellettualmente onesto. Invito ciascuno a porsi la stessa domanda, e a darsi, in silenzio e con sincerità, la propria risposta.

Chi preferisce continuare la caccia alle streghe è libero di farlo. Resterà, felice e inconsapevole, nel mondo delle favole.

Giancarlo Travagin

INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’ENNA CALCIO