Promesse d’agosto, macerie d’ottobre: cronaca di come Enna ha perso il suo stadio, la sua squadra e la faccia delle sue istituzioni.

C’era una volta, nella città più alta d’Italia, una squadra di calcio. Ce l’ha
ancora, a dire il vero. Solo che non gioca più a casa sua. Gioca dove capita, si
allena dove la ospitano, dorme dove trova un letto. È l’Enna Calcio, Serie D,
girone I: una società che a ottobre inoltrato vive da esule, come certe dinastie
decadute che portano il nome di un regno che non possiedono più.
Come ci si arriva, a questo punto? Non per sfortuna, che è la scusa dei
mediocri. Ci si arriva per una catena di promesse. E le promesse, in politica,
hanno un difetto: costano poco a chi le fa e moltissimo a chi ci crede.

Il patto del 4 agosto
 

Il 4 agosto 2026 Giancarlo Travagin, arrivato dalla Lombardia con la passione
del calcio e nessuna conoscenza dei palazzi ennesi, siede davanti al sindaco
Mirello Crisafulli. Ci sono l’assessore allo Sport Giuseppe Trovato e altri
testimoni. Il quadro che gli viene dipinto – lo mette nero su bianco nella diffida
appena notificata a Palazzo di Città e, per conoscenza, alla Presidenza della
Regione – è di quelli che convincono: il sostegno dell’Amministrazione, gli
imprenditori del territorio pronti a sponsorizzare e, soprattutto, lo stadio
“Generale Gaeta” disponibile entro il 29 agosto. Poi, quando agosto passa,
entro fine settembre. Poi entro inizio ottobre.
Travagin ci crede. Prende in mano una società che ha i conti in disordine e i
creditori alla porta, ci mette la firma, la faccia e i soldi. Oggi lo stadio è chiuso,
gli sponsor promessi non si sono visti, la squadra è stata sfrattata dall’alloggio e
inseguita dai pignoramenti per i debiti di chi c’era prima. E lui è diventato, per
una parte della città, il colpevole.

«Mi sento raggirato»


La parola è pesante, e la usa lui. «Ho la netta sensazione di essere stato
raggirato», dice Travagin. «Sono stanco di tutto quanto sta accadendo e di
quanto sto subendo: angherie, diffamazioni, calunnie, tutto per discriminare la
mia persona. Sono una persona per bene, e non sono mai fallito.»

Il cronista non è un giudice, e non emette sentenze. Ma ha il dovere di mettere
in fila i fatti. E i fatti dicono questo: un uomo è stato invitato a salire su una
barca che faceva acqua, con la garanzia che il porto era pronto. Il porto non
c’era. Chi ha dato quella garanzia non era un passante qualunque: era il primo
cittadino, cioè l’istituzione. Quando la parola di un sindaco vale quanto una
cambiale scoperta, il problema non è più sportivo. È politico. Ed è morale.
Travagin, per raccontarlo, sceglie l’ironia, che è l’arma di chi ha esaurito le
altre. «Mi pare di essere dentro Harry Potter. Al castello c’è un Albus Silente
che tutto può, nel bene e nel male. Nel mio caso, solo nel male.» Il riferimento è
trasparente, e non serve sottolinearlo.

Il sindaco e la fascia tricolore
 

Un sindaco si misura su poche cose: la parola data e la capacità di mantenerla.
Mirello Crisafulli, politico di lungo corso che a Enna conosce ogni corridoio e
ogni silenzio, sapeva benissimo in che condizioni fossero lo stadio e la società
quando ha prospettato a Travagin un futuro roseo. O lo sapeva, e allora ha
promesso ciò che non poteva mantenere. O non lo sapeva, e allora non
governava ciò che amministra. Tertium non datur. In entrambi i casi, la fascia
tricolore gli sta larga.
Perché il disastro dell’Enna Calcio non nasce in campo. Nasce in un ufficio di
Palazzo di Città, dove si è pensato che una squadra di calcio si potesse
amministrare come una corrente di partito: con le promesse, le amicizie e i “ci
penso io”. Chi rappresenta le istituzioni ha un obbligo che i privati non hanno:
quello di dire la verità anche quando è scomoda. Qui la verità è arrivata con tre
mesi di ritardo. E nel frattempo, il conto lo hanno pagato altri.

I salvatori col Monopoli


Ora, sulle macerie, si affacciano i salvatori. Travagin li descrive con una ferocia
che Totò avrebbe applaudito. «Chi vuole comprare oggi l’Enna Calcio pare
voglia farlo con i soldi del Monopoli: niente contratti vincolanti, nessun
anticipo, solo promesse postdatate. E intanto gestire tutto, la società, la
squadra, gli acquisti dei giocatori, con ricchi premi e cotillon, lasciando me
come capro espiatorio. Sembra un film di Spielberg: arriva il salvatore della
patria e tutto si risolve, come per magia. Troppa grazia, Sant’Antonio. E, come
diceva Totò, alla faccia del bicarbonato di sodio.»
Aveva provato a frenare, dice. «Senza stadio, senza campo d’allenamento, senza
vitto e alloggio, ero stato chiaro: fermiamoci. Ma le pressioni di chi vuole
salvare il salvabile ci riportano sempre a credere alle favole. Basta favole. Solo
concretezza.»

La verità, carte alla mano
 

Il presidente ha concesso al Comune quindici giorni per spiegare, per iscritto,
perché lo stadio non c’è, quando ci sarà e che cosa sia stato fatto dopo quel 4
agosto. Ha chiesto il risarcimento dei danni e si è riservato di andare davanti ai
giudici. Ha anche cominciato a raccogliere nomi, cognomi e commenti di chi lo
insulta in rete: «Ognuno si prenderà le proprie responsabilità.»
«Bisogna dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità», dice. «Se non
ci riusciremo con i fatti, lo farò documentalmente, come ho sempre fatto, anche
davanti all’autorità giudiziaria. Sono un uomo alla luce del sole, non nelle
tenebre. Non sono un complottista: semmai i complottisti li scoveremo. A Enna
le voci corrono, nei corridoi degli uffici, nei bar, nelle trattorie. E nel castello di
Hogwarts.»
Sul futuro, apre e chiude nello stesso respiro. «Tutto è aperto, per chi vuole
operare seriamente, con gente seria e uomini di calcio. Ma ne dubito. C’è anche
un Piano B. E sia fatta la volontà del Signore.»
Ai tifosi, che di questa storia sono le uniche vittime senza colpa, resta una
domanda semplice. Non chi salverà l’Enna Calcio. Ma chi risponderà di averlo
ridotto così. La risposta, forse, non va cercata negli spogliatoi. Va cercata più in
alto. In cima alla città più alta d’Italia.

 

ENNA CALCIO S.C.S.D. - COMUNICATO STAMPA